Qualche riflessione al di là al vociare mediatico
D’accordo c’è la crisi: questo settembre quasi non si parla d’altro. La Crisi Globale, cominciata nel 2008, poi il fallimento della Lehman Brothers, certo poi l’americana guerra al terrore, Irlanda, Portogallo, la Spagna e la Grecia con i loro indignados, la primavera araba…e siamo arrivati all’Italia.
Posti di lavoro ridotti, ritardi nel pagamento degli stipendi, la casta che ruba, le auto blu nonostante tutto.
Io come sempre ascolto il mondo “da fuori e da dentro”: sono nel mondo, ma il mio mestiere mi permette il privilegio di ascoltarlo dall’interno, dai vissuti delle singole persone, dalle letture che ciascuno fa degli stessi eventi che riguardano tutti.
Una cosa mi arriva forte e chiara: il percorso “psi” è considerato, in questo tempo più che mai, un bene di lusso - o forse non è corretto nemmeno dire così, dato che "il lusso è un diritto" recita una pubblicità...si potrebbe dire allora, un bene superfluo. Parto dalla considerazione di chi mi dice, per esempio, che un attacco di panico si cura in maniera rapida, economica e poco intrusiva con un ansiolitico. Senz’altro, cosa posso dire? In effetti, a voler fare un maquillage psichico, questa mi pare la via regia per procedere. Via il sintomo, via la dissonanza e l’imbarazzo: basta andare dal medico di base! – non è un attacco alla farmacologia tout cour, piuttosto al suo uso ed abuso “estetico”.
Qualche mattina fa per radio, quasi soprappensiero (l’informazione ridondante mi risulta difficile da seguire, e ora alla parola “crisi” strombazzata dai media la mia attenzione inizia a calare), dicevo l’altra mattina con la testa altrove ascoltavo distrattamente per radio due speaker che parlavano della crisi coinvolgendo gli ascoltatori e invitandoli a dire la loro in trasmissione: il tema riguardava le strategie per affrontare l’agitazione connessa alla perdita di possibilità che questa crisi sembra promettere – su quali siano queste possibilità, ci sarà molto da dire. Insomma, mi colpì in maniera inaspettata l’intervento di un’ascoltatrice che, aggiungendo alla lamentela per la crisi economica quella dovuta al rientro dopo le vacanze estive – interessante dissonanza – proponeva come strategia quella di iniziare già a programmare la prossima evasione: le vacanze di Natale!
La seconda storia che voglio raccontare ha a che fare con il mio approdo in un ufficio per questioni burocratiche. Orario di apertura dell’ufficio: 9 – 13 dal lunedì al venerdì (nel solito stile “cogli l’attimo” a cui siamo tristemente assuefatti). Ufficio completamente vuoto, se non fosse per due dipendenti assai intente nella loro conversazione...sulla crisi! Purtroppo, scopro che manca un documento, dovrò tornare l’indomani. Alle ore 11 del giorno successivo mi presento ligia con tutte le scartoffie. L’impiegata, sorpresa, esclama “Ma io sto andando via!”. Interrogativa, chiedo conferma sull’orario: dalle 9 alle 13. E lei, candida “Si, ma lei mi viene di Venerdì?”. Nessun problema, tornerò. Ho purtroppo perso due mattinate di attività, con il conseguente impatto che questo ha sul mio lavoro. Non solo, ho notato una poco valida organizzazione del personale: ho trovato quantomeno il doppio delle persone necessarie per svolgere una data attività. Cosa si può fare per questo? Nulla, è andata, e torno a studio con i miei documenti sotto braccio.
Tuttavia, non posso fare a meno di pensare: una volta ho letto un articolo che diceva “il male dell’Italia non è la corruzione, è l’indifferenza”. Ho questo blog per mettere in parole qualche riflessione: ce la prendiamo con i politici, con le auto blu, con i disservizi del nostro martoriato e formidabile paese. Ci agitiamo per la crisi economica sentendoci vittime di un disegno oscuro, e a questo punto dico paranoico, che qualcuno, un misterioso Altro, trama alle nostre spalle. Ma i problemi che ci premono sono dove andare in vacanza per sfuggire a tutta questa realtà, oppure quale farmaco scegliere per sfuggire tutta questa emotività: in entrambe i casi, pare che prioritario sia evitare che i sintomi ci creino imbarazzo nella nostra ingessata vita sociale, o psichica. E se fosse proprio nel disagio, la risorsa? Qual è il motore di un cambiamento?
È come dire che vorremmo fare una rivoluzione “igienica”. Una protesta politically correct. Un’educata richiesta di sovvertire un ordine costituito.
Come si fa a non confondere bisogno, desiderio e voglia? Recentemente ho ascoltato una persona dire: “Questa è la differenza tra l’Italia e il Nord Africa”. Non so se è solo la fame e la disperazione a far risvegliare le coscienze.
Ciò che non mi spiego è come, in una situazione del genere, l’esercizio del pensiero critico – via elettiva per la ricerca della propria libertà - possa essere considerato un bene superfluo.
Alla fine della storia, tutto sommato, il lupo siamo noi.
Dr. Francesca Castro, psicologa, psicoterapeuta
martedì 20 settembre 2011
giovedì 30 giugno 2011
Streghe, tarantolate, isteriche: dalla Notte della Taranta di Ludovico Einaudi
Il morso della Taranta: una bestia che nessuno è riuscito a identificare oltre al generico “ragno”, non si sa di che specie, non si sa di che veleno. Ne ha scritto De Martino, e con lui molti antropologi e studiosi. Ancora oggi nel gergo comune si dice “ti ha morso la tarantola?” a significare di un modo di fare scomposto e nervoso, irragionevole, isterico. Cos’è la Tarantola? Cito da Wikipedia: “la malmignatta (Latrodectus tredecimguttatus), dal morso quasi indolore ma molto pericoloso, e la tarantola (Lycosa tarentula) , dall’aspetto vistoso e dal morso doloroso ma praticamente innocuo”.
In realtà sembra dai testi che questi animali fossero più la leggenda, l’occasione per esplicitare un significante, un sintomo. Che qualcuno definisce “isterico”.
Ma non sto scrivendo per fare una lezione sulla Taranta, sto scrivendo per condividere un’esperienza: la sorpresa dell’intuizione e dell’arte quando arrivano prima della conoscenza, e la attivano. Ieri Roma mi ha offerto un altro dei suoi impagabili doni: all’Auditorium, il Maestro Einaudi presentava “la Notte della Taranta”. Armata come al solito della mia sola curiosità (e della grande fiducia nel genio artistico del Maestro), mi sono messa in ascolto.
È inutile raccontare qui uno spettacolo che ha toccato tutti i registri dell’espressione artistica, tranne appunto quello verbale. Quello che posso fare è cercare di chiarire le mie riflessioni e il flusso dei miei pensieri mentre assistevo a qualcosa di tanto notevole. Non sapevo molto della taranta, se non che mi ha sempre affascinato per un non so che di inquietante e attraente al contempo. Un’espressione popolare, una tradizione che, scopro, parte dal medio evo, da quando giovani nubili donne in età da matrimonio manifestavano questo quadro di sintomi, dal quale potevano venire liberate grazie… alla musica! Non posso immaginare una strada più poetica per l’elaborazione del “Perturbante”. A questo pensavo mentre cascavo pure io ipnotizzata dalla musica ripetitiva, dai ritmi sincopati e ossessivi, dalle armonizzazioni dissonanti dei coristi… toni minori, cupi, maniacali. Sonorità scomode. Intorno, gli accenti inaspettati dei tamburi, e le risalite frenetiche dei violini. Tocco da maestro (questo credo una libera sperimentazione sulla tradizione) l’inserimento di un didgeridoo nell’orchestra.
Freud nel suo saggio del 1919 sul Perturbante cerca di definire una determinata sfera dell’estetica, nella letteratura e nell’arte in generale, a partire da quel sentimento di “spaventoso, che risale a quanto ci è noto da molto tempo”. “Qualcosa in cui non ci si raccapezza”. Caratteristico, secondo Freud, è il fatto che l’elemento angoscioso è un segno che viene ri-conosciuto. “Ogni affetto connesso con un’emozione […] viene trasformato in angoscia qualora abbia luogo una rimozione: […] è possibile scorgere che l’elemento angoscioso è qualcosa di rimosso che ritorna”: qualcosa che dovrebbe restare nascosto, invece è affiorato.
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| Un'installazione di Oursler al Pac |
Mi è capitato talvolta di provare qualcosa di simile davanti all’arte contemporanea, alle installazioni di Ousler, oppure a certi quadri di Magritte, di Dalì, di De Chirico. Non mi era mai capitato di sperimentare questo sentimento nella musica. Osservando una danzatrice “tarantolata” che muovendosi come un’indemoniata imitava l’andamento velenoso del ragno… e della sua ossessione. Scopro oggi che il segno della guarigione per la tarantolata tradizionalmente avviene attraverso la simulazione della bestia che l’avvelena: come dire attraverso l’incarnazione del suo fantasma? Dejà-vu anche per la spettatrice qui presente, o meglio scrivente. A ogni tempo i suoi mezzi e i suoi strumenti… ma per me è immediato quantomeno farmi la domanda: non è simile il procedere di un’analisi, nel dar voce ai fantasmi, nel riconoscere il veleno che ci abita, nel far riaffiorare quel perturbante malamente celato dalle nostre rimozioni (o più spesso dalle nostre coriacee negazioni) che ad ogni “estate”, come accade nella tradizione delle tarantolate, ci scuote e ci possiede? Apprendo oggi che la persona sofferente, nella tradizione della taranta, doveva venire “reintegrata” ogni anno, in particolare nel periodo estivo appunto, dal ripresentarsi dei suoi sintomi. Trattandosi di giovani donne nubili è facile intuire la scelta della stagione come occasione di recrudescenza… Mi ero fermata a pensare all’utilità di proiettare su un oggetto esterno (il ragno), reale e invisibile, la responsabilità di una tale furia. Come dire: non sono “io” la tarantola (come potrei sopportarlo?), sono piuttosto la “tarantolata”, cioè colei che così è suo malgrado. Che se potesse non sarebbe certo così furiosa, sarebbe piuttosto epurata dal veleno, assoggettata al sociale, rinunciataria a qualunque ipotesi di eversione. Invece non può essere altro che così, perché malata. Il vantaggio secondario del sintomo…
L’importante era ridurre tutto in cenere, perché la cenere, si sa, non prende più fuoco.
L’importante era che il desiderio venisse messo al rogo (per le streghe), disintossicato (per le tarantolate), esorcizzato (per le ossesse).
E per l’uomo (e la donna) contemporanei? Con tanta ambivalenza mi dico, l’importante, nel nostro tempo, è che venga consumato. Visto che nulla ci obbliga a rinunciare, ma anzi – diceva Lacan - ci obbliga a godere, lo neutralizziamo rendendolo seriale, ci mettiamo in salvo dal rischio di essere soggettivamente inclassificabili, non ottimizzati, opachi. Unici. Che sia nell’Amore (addomesticato nel nome dell’istituzione sociale), come nella Malattia (negata grazie alle pratiche fobiche di prevenzione). Che sia nel Corpo (saccheggiato dal sapere estetico, funzionale, ipocalorico).
Che ce ne facciamo dei segni che si danno senza un’ottimizzazione empirica, che ritornano perturbanti, per esempio, a causa dell’Arte?
Saggezza da poeta, la Merini scrive:
"Amai teneramente dei dolcissimi amanti
senza che essi sapessero nulla
e su questi intessei tele di ragno
e fui preda della mia stessa materia.
In me l'anima c'era della meretrice, della santa,
della sanguinaria e dell'ipocrita.
Molti diedero al mio modo di vivere un nome
e fui soltanto un'isterica”
giovedì 9 giugno 2011
WALT DISNEY, SEX AND THE CITY E QUALCHE PERPLESSITÀ
In un caffè di Milano, aspettando il treno che mi riporta a casa, rifletto su un testo che ho appena letto. La giornalista in questione è Laurie Penny, una scrittrice britannica piuttosto tagliente, e il suo articolo tuona polemiche su “La vita sessuale degli uomini di potere”. Mentre sto pensando a quanto suggerisce il suo scritto, più o meno condivisibile, non posso fare a meno di cogliere il chiacchiericcio che proviene dal tavolo accanto al mio. Frammenti di discorso di due giovani ed eleganti donne milanesi, dall’aria in carriera e cosmopolita. Colgo quattro parole: Lui, facebook, status, single. Il “Lui” in questione sembrerebbe non voler cambiare status sul social network, ingenerando una stizzita crisi di coppia. Nella risposta dell’altra donna, un nuovo urto al mio ascolto furtivo, questo incipit: “Come dicono in Sex and the City…”.
Ecco fatto, penso, ci hanno fregato.
Il mio primo istinto è di mettere una bella linea di confine, il solito, confortante, “NOI” (intelligenti, persone di pensiero, salve dal qualunquismo grazie al lungo esercizio alla riflessione e all’analisi) e “LORO” (vittime degli stereotipi del nostro tempo e altri miei bla bla intellettualizzanti). Interviene il mio Super Io a sanzionarmi ricordandomi che questo genere di accuse e autoattribuzioni di superiorità servono a ben poco e insegnano ancor meno. E dunque?
Dunque qualche tempo fa, su consiglio di una collega, ho aderito all' "esperimento sociale" Sex and the City, e mi sono messa lì a seguire qualche puntata del celebre telefilm d’oltreoceano.
Ho resistito allo scandalo della prima visione (non scandalizzarti ma chiediti perchè, diceva Spinoza).
Ho affrontato con spirito scientifico e indagatore la seconda visione.
La terza puntata, lo confesso, ha finito per strapparmi qualche risata.
Nessuna cesura tra “noi” e “loro” dunque, siamo tutti figli di questo tempo e vittime del suo disagio. O forse dovrei dire “figlie”?
Benissimo, ora che ho sfidato le mie difese moralizzanti sono in una posizione migliore per mettermi a pensare.
Come mai un modello femminile come quello di Sex and the City conquista tanto consenso?
Le protagoniste sembrano moderne (nell’accezione di Agamben, che intende per “contemporaneo” chi riceve in pieno volto il fascio d’ombra del suo tempo, “moderno” chi invece ne riceve il fascio di luce, rimanendone accecato…). Moderne dunque, ribelli e rivoluzionarie, padrone del loro agire sessuale, delle loro vite, del loro lavoro, proprio come ci si aspetta dal più stereotipato ruolo maschile. Infatti proprio così titola la prima puntata della prima serie: “fare sesso come un uomo” (o giù di lì).
Ecco la prima fregatura: come ogni posizione che si identifica nella ribellione (e per di più a uno stereotipo), si arriva semplicemente (sterilmente?) a una diversa risposta, purtroppo alla medesima – malposta- domanda. Siamo in grado, nel nostro tempo, di porre una domanda differente? Come notava Laurie Penny, nelle recenti vicende di Berlusconi, di Strauss Kahn – e in quelle meno recenti di altri sexygate - , la donna compare si sui giornali, ma sempre vittima coraggiosa, o moglie tradita, oppure orpello sensuale da complemento alle voglie altrui. Esiste uno stile attuale di femminilità che non si definisca in modo oppositivo, mediante negazione di qualcos’altro?
Sex and the City piace perché diverte e conforta: tutti si aspettano che le quattro protagoniste prima o poi la smettano con il parco giochi e trovino l’uomo che le completa e dunque la felicità. O la tanto strombazzata “stabilità” (come quella di Cogne e di Novi Ligure?).
Che modelli ha avuto la mia generazione?
Riflettendo con delle colleghe, non ce n’è venuto in mente nessuno che uscisse dai binari della bella addormentata nel bosco. Ma forse manca a noi la fantasia, noi seconda generazione dopo quella del ’68 che ha tanto combattuto eppure… Avevo pensato a Lady Oscar, ma temo che quello sia più un esempio di eroica omosessualità sfuggito alla censura degli anni ’80 (o in alternativa caduto nel pieno della sua negazione omofoba). Ricordo un articolo letto tempo fa di una giornalista americana che ce l’aveva con la Disney: a suon di Cenerentole e Sirenette sosteneva che le avevano rincoglionito la figlia. Posizione opinabile ma pur sempre uno spunto…
Vuoto pneumatico dunque. Ma con una “magnifica progressiva” sorte (come diceva Leopardi nella Ginestra), la certezza granitica e imperitura di un lieto fine, quel “vissero per sempre felici e contenti” che accomuna la romantica Cenerentola e la spregiudicata Carrie. Forse giusto la principessa Fiona, sposa di Shrek, è temeraria e disincantata eroina che tradisce la tradizione e trasforma se stessa in Orco, anziché il suo ranocchio in Principe.
Resta in sospeso una curiosità: che idea avranno in merito le tante persone che ho visto scendere in piazza il 13 febbraio di quest’anno?
lunedì 14 marzo 2011
TERREMOTI, TZUNAMI, FINE DEL MONDO E ISTINTO DI MORTE.
Venerdì 11 marzo 2011, 14,46 ora locale, nell’isola di Honshu in Giappone, a 9871 km di distanza dal nostro bel paese, la terra trema. Un’apocalisse, una catastrofe di dimensioni sconcertanti. Non si parla d’altro tra giornali e tv da Venerdì.
Ma io faccio un lavoro strano e non posso confrontarmi solo con il reale che, come sosteneva Lacan, è costruito su un vuoto di senso.
Cosa intendo dire? Che molti tra quelli che ho ascoltato, questa catastrofe l’hanno letta in modo sorprendente. Al di là (ma poco al di là) della vicinanza empatica e politicamente corretta con le popolazioni colpite dal disastro, si ricomincia a parlare di fine del mondo. Chi l’ha detto? A già, i Maya, certamente, ancora un anno circa e poi ci risolvono molti problemi forse questi Maya.
L’aspetto che più mi colpisce, in prima battuta, nell’ascoltare qui a studio le riflessioni di alcuni, è la contiguità spaziale, come se metà del globo terracqueo non bastasse a mettere una certa distanza tra il qui e il lì, che è come dire tra il “me” e il “non me”. Assolutamente, non conforta misurare i chilometri. In modo simile al fenomeno che osservai nell’attentato delle Torri Gemelle del 2001, quando le strade di Roma si intasarono per le auto che scappavano verso le loro case per riunire famiglie in attesa dell’ultima ora, per lenire l’angoscia. No, in questa epoca il qui e il lì non sono così distinti, e le notizie viaggiano talmente veloci che restiamo assuefatti dalla brutalità della guerra che ci si apparecchia in tavola insieme alle nostre cene con i Tg della sera, anestetizzati all’orrore fino a quando quell’orrore non prende la misura di qualcosa che ci riguarda da vicino. Di Haiti non ci siamo così preoccupati. Lì non c’erano case, auto come le nostre, fabbriche e PC con porte usb. Lì c’erano solo persone, ma così chiaramente lontane e diverse da noi! Quanto dista Haiti da qui? 8249 chilometri. E pensare che sono ben 1622 chilometri in meno del Giappone…non sono pochi. Eppure non ho ascoltato timori riguardo a terremoti o colera in Italia…che complessità che riserva l’animo umano.
Altra nota interessante è la domanda numero due che mi viene rivolta spesso in questi giorni: “ma lei pensa che succederà anche qui?”
…e perché mai? E nemmeno un attentatino lanciato dalla Libia? O magari dall’Egitto? Nessun uomo barbuto, nessun terremoto…almeno nessuno di questi pericoli più elevati del solito. Mi pare. Di cosa mi stanno parlando queste persone, che cosa svelano queste preoccupazioni? Naturalmente non parlo qui di questioni individuabili caso per caso, paziente per paziente. Posso però parlare di ciò che riguarda il momento culturale che viviamo, posso usare la tastiera (del mio PC con la porta usb di cui sopra) per riflettere. Questo sembra un meccanismo paranoide, quello tipico di chi, trovando insopportabile l’aspetto pulsionale soggettivo e indomabile che non fa che lanciare anatemi e malauguri al suo prossimo (che più prossimo è più si piglia i suoi nefasti accidenti), gli tocca buttarlo fuori da sé, metterlo sulla testa di qualcun altro – o meglio dell’Altro – per potersi ben guardare da tutto il malocchio che quell’Altro chiunque sia gli lancia per fargli del male. Tutto sotto controllo in questo modo: io sono salvo e sono buono, il persecutore l’abbiamo identificato, il nemico ha una faccia e io sono puro. Così, il persecutore oggi si chiama “terrorista” (possibilmente barbuto e scuro di carnagione, tanto per non confondersi con chi invece è al di qua della nostra presunta barricata di “Civiltà”) oppure, in caso di calamità naturali, si chiama “Fine del Mondo”. Sappiamo perfino quando aspettarcela! Abbiamo il tempo di salutare gli zii, mettere a posto casa, fare la nostra ultima cena…non sia mai che noi qui dell’era moderna perdiamo il controllo!
Questa la notizia, non abbiamo ancora elaborato la ferita narcisistica inferta da Galileo prima (no, non gira intorno alla terra) e da Freud poi (no, non sono nemmeno padrone in casa mia). Ci arrovelliamo sulla Fine del Mondo o sul Terrorista dell’Atac come occasione per evitare di notare che il punto più in ombra, come recita l’aforisma, sta proprio sotto la lampada. Che fine faremo, davvero non lo sappiamo. Abbiamo tutti chiaro che incombe su di noi una minaccia imprevista e improvvisa. E se invece di diffidare dell’Altro, iniziassimo a prendere meno sul serio quest’Altro qui, che rimanda dallo specchio il nostro stesso sguardo?
Ma io faccio un lavoro strano e non posso confrontarmi solo con il reale che, come sosteneva Lacan, è costruito su un vuoto di senso.
Cosa intendo dire? Che molti tra quelli che ho ascoltato, questa catastrofe l’hanno letta in modo sorprendente. Al di là (ma poco al di là) della vicinanza empatica e politicamente corretta con le popolazioni colpite dal disastro, si ricomincia a parlare di fine del mondo. Chi l’ha detto? A già, i Maya, certamente, ancora un anno circa e poi ci risolvono molti problemi forse questi Maya.
L’aspetto che più mi colpisce, in prima battuta, nell’ascoltare qui a studio le riflessioni di alcuni, è la contiguità spaziale, come se metà del globo terracqueo non bastasse a mettere una certa distanza tra il qui e il lì, che è come dire tra il “me” e il “non me”. Assolutamente, non conforta misurare i chilometri. In modo simile al fenomeno che osservai nell’attentato delle Torri Gemelle del 2001, quando le strade di Roma si intasarono per le auto che scappavano verso le loro case per riunire famiglie in attesa dell’ultima ora, per lenire l’angoscia. No, in questa epoca il qui e il lì non sono così distinti, e le notizie viaggiano talmente veloci che restiamo assuefatti dalla brutalità della guerra che ci si apparecchia in tavola insieme alle nostre cene con i Tg della sera, anestetizzati all’orrore fino a quando quell’orrore non prende la misura di qualcosa che ci riguarda da vicino. Di Haiti non ci siamo così preoccupati. Lì non c’erano case, auto come le nostre, fabbriche e PC con porte usb. Lì c’erano solo persone, ma così chiaramente lontane e diverse da noi! Quanto dista Haiti da qui? 8249 chilometri. E pensare che sono ben 1622 chilometri in meno del Giappone…non sono pochi. Eppure non ho ascoltato timori riguardo a terremoti o colera in Italia…che complessità che riserva l’animo umano.
Altra nota interessante è la domanda numero due che mi viene rivolta spesso in questi giorni: “ma lei pensa che succederà anche qui?”
…e perché mai? E nemmeno un attentatino lanciato dalla Libia? O magari dall’Egitto? Nessun uomo barbuto, nessun terremoto…almeno nessuno di questi pericoli più elevati del solito. Mi pare. Di cosa mi stanno parlando queste persone, che cosa svelano queste preoccupazioni? Naturalmente non parlo qui di questioni individuabili caso per caso, paziente per paziente. Posso però parlare di ciò che riguarda il momento culturale che viviamo, posso usare la tastiera (del mio PC con la porta usb di cui sopra) per riflettere. Questo sembra un meccanismo paranoide, quello tipico di chi, trovando insopportabile l’aspetto pulsionale soggettivo e indomabile che non fa che lanciare anatemi e malauguri al suo prossimo (che più prossimo è più si piglia i suoi nefasti accidenti), gli tocca buttarlo fuori da sé, metterlo sulla testa di qualcun altro – o meglio dell’Altro – per potersi ben guardare da tutto il malocchio che quell’Altro chiunque sia gli lancia per fargli del male. Tutto sotto controllo in questo modo: io sono salvo e sono buono, il persecutore l’abbiamo identificato, il nemico ha una faccia e io sono puro. Così, il persecutore oggi si chiama “terrorista” (possibilmente barbuto e scuro di carnagione, tanto per non confondersi con chi invece è al di qua della nostra presunta barricata di “Civiltà”) oppure, in caso di calamità naturali, si chiama “Fine del Mondo”. Sappiamo perfino quando aspettarcela! Abbiamo il tempo di salutare gli zii, mettere a posto casa, fare la nostra ultima cena…non sia mai che noi qui dell’era moderna perdiamo il controllo!
martedì 18 gennaio 2011
Che cos'è lo stalking
Lo Stalking, definito “sindrome del molestatore assillante”, consiste in un insieme di comportamenti importuni, comunicazioni intrusive (telefonate, sms, regali) oppure tentativi di ristabilire una relazione interrotta o ancora di spaventare, punire, controllare la vittima (con pedinamenti, minacce, aggressioni, fino ad arrivare allo stupro o all’omicidio). Si configura dunque come una “sistematica violazione della libertà personale” (M. Lattanzi, G. Oddi 2001).
Tali comportamenti assumono carattere continuativo: Le persecuzioni per essere definite “stalking” devono proseguire per un periodo minimo di 4 settimane ed essere replicate per un numero minimo di dieci manifestazioni.
Il termine stalking deriva dall’inglese “to stalk”, termine proprio della caccia che significa “appostarsi”, “avvicinarsi alla preda di nascosto”. Il comportamento tipico del molestatore assillante o stalker, è, infatti, quello di seguire la propria vittima durante tutti i suoi movimenti.
La persona che subisce le attenzioni dello stalker percepirà tali atti con fastidio e paura, risultando da essi profondamente turbata sia a livello psicologico che nel modo di rapportarsi con il mondo esterno. La persistenza e la frequenza delle azioni persecutorie generano stati d’ansia e insicurezza in chi le subisce: la vittima finisce quindi con il diventare, in un certo senso, prigioniera del suo persecutore.
La persona che subisce le attenzioni dello stalker percepirà tali atti con fastidio e paura, risultando da essi profondamente turbata sia a livello psicologico che nel modo di rapportarsi con il mondo esterno. La persistenza e la frequenza delle azioni persecutorie generano stati d’ansia e insicurezza in chi le subisce: la vittima finisce quindi con il diventare, in un certo senso, prigioniera del suo persecutore.
Nella fase iniziale il mezzo più usato dallo stalker è il contatto telefonico, e successivamente il pedinamento, l’incontro “casuale” lungo i percorsi quotidiani della persona, con il risultato di invadere ogni spazio relazionale, professionale e personale della vittima. Più chi molesta riesce a controllare lo spazio vitale della persona da lui prescelta, più egli percepisce l’accrescersi del suo potere, più di conseguenza aumenta il rischio di condotte violente.
La particolarità dello Stalking sta nel fatto che alcuni comportamenti persecutori si mascherano dietro motivazioni normalizzanti , socialmente accettate, come il tentativo di ristabilire o iniziare ex novo una relazione. Non va sottovalutata la pericolosità sociale di chi mette in atto condotte di Stalking.
Nel 2000, una ricerca sul “delitto passionale” (M. Lattanzi, G. Ferrara 2002) ha messo in luce, analizzando un campione di 266 delitti familiari relativi al biennio 1999/2000, alcuni aspetti importanti:
Nel 2000, una ricerca sul “delitto passionale” (M. Lattanzi, G. Ferrara 2002) ha messo in luce, analizzando un campione di 266 delitti familiari relativi al biennio 1999/2000, alcuni aspetti importanti:
- Il primo è la maggior frequenza dei delitti passionali rispetto a quelli emotivi. Si definiscono delitti emotivi quelli generati da un’impulso immediato, incontrollabile; i delitti passionali sono invece quelli caratterizzati dalla premeditazione. I delitti passionali sono risultati circa tre quarti del campione.
- Il secondo dato è quello dei rapporti socio affettivi tra vittima e autore. Nel 70% dei casi vi era una conoscenza preesistente con l’aggressore.
- Terzo dato importante è il movente del delitto: più frequentemente rabbia e vendetta conseguenti alla paura e all’ansia dovute all’abbandono.
QUADRO PSICODIAGNOSTICO E PERSONOLOGICO DELLO STALKER
Il profilo di personalità dello stalker è stato definito come quello di “Inseguitore Ossessivo” (Giorgi, R.; Mininno, R.), oltre che affetto da “Erotomania non Delirante”: il molestatore infatti presenta un attaccamento irrefrenabile verso la persona oggetto delle sue molestie sebbene comprenda, a differenza dell’erotomane “classico”, che la vittima non lo ama né desidera una relazione con lui.
La motivazione dello stalker è fondamentalmente la volontà di assumere il controllo sulla vita della vittima; il suo comportamento appare perciò guidato da:
- una componente cognitiva , le ossessioni;
- una componente affettiva , la gelosia (che di per sè non è un sentimento patologico: il discrimine tra gelosia normale e deviante si declina lungo un continuum quantitativo).
È da notare come solo in minima percentuale le condotte dello stalker hanno un rapporto con psicopatologie gravi.
Si pensa fondamentalmente che alla base di queste azioni persecutorie vi sia un fraintendimento da parte del molestatore dei segnali inviati dalla vittima: “la genesi della dinamica dello stalking risiederebbe in un’alterata lettura della relazione e in una distorta comunicazione messa in atto dal persecutore” (Giorgi, R.; Mininno, R.). Alcuni studi evidenziano come lo stalker manchi di quel fattore che in psicologia si definisce empatia, cioè la capacità di immedesimazione emotiva, di assumere la prospettiva dell'altro e di saper condividere le emozioni altrui.
Focus della sindrome sarebbe dunque una disfunzione della comunicazione e della relazione: si capisce di conseguenza come sia fondamentale anche la reazione della vittima, le sue risposte relazionali.
Le motivazioni che guidano la stalker nelle persecuzioni possono essere: - desiderio di potere e di controllo
- paura di essere abbandonato (molestia con esordio successivo alla rottura di una relazione)
- patologia mentale grave (raro), caratterizzata da stile di relazione instabile, odio e desiderio di vendetta verso la vittima, con potenziali comportamenti violenti.
Studi epidemiologici condotti in Italia dall’ A.I.P.C nel 2004 hanno evidenziato alcuni dati utili per comprendere il fenomeno: il 21% della popolazione risulta essere vittima di stalking, per l’86% sono colpite le donne, prevalentemente in un’età compresa tra i 18 ed i 25 anni (66%).
Nell’80% dei casi il persecutore è di sesso maschile, e nel 47% dei casi vi è una conoscenza pregressa tra lo stalker e la vittima.
Nell’80% dei casi il persecutore è di sesso maschile, e nel 47% dei casi vi è una conoscenza pregressa tra lo stalker e la vittima.
CONSEGUENZE PSICOLOGICHE DELLO STALKING SULLA VITTIMA
Conseguenze dello stalking sulla vita emotiva di chi ne viene colpito è naturalmente una situazione di grave stress iniziale, dovuto alla consapevolezza da parte della vittima di vedere gravemente limitata la propria libertà personale: paura, disagio, una continua allerta diventano stati d’animo quotidiani.
Ricerche compiute dall’Osservatorio Nazionale Stalking hanno valutato che nell’83% dei casi le vittime percepiscono un aumento dell’ ansia; si osserva un incremento nel consumo di alcool/ tabacco per un 25% dei casi, mentre il 37% delle vittime sviluppa un disturbo post traumatico da stress ( PTSD )
Anche i comportamenti quotidiani di chi è oggetto di stalking subiscono forzosamente delle mutazioni, per cui il 70% dei casi vede depauperate le proprie attività sociali; il 53% cambia il proprio lavoro o decide di abbandonare l’ occupazione corrente, mentre il 39% arriva persino a modificare la residenza.COSA FARE IN CASO DI STALKING
Dal Febbraio 2009 è stato introdotto nel codice penale l’articolo che prevede la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chi minaccia o molesta in modo reiterato qualcuno causandogli ansia o paura per la propria incolumità e costringendolo a modificare le proprie abitudini di vita, (D.L. 23 febbraio 2009, articolo 612-bis, dal titolo "atti persecutori" comma 1).
Per definire lo Stalking è necessario che il comportamento abbia una certa durata (minimo un mese) e che sia reiterato (minimo 10 episodi).
Chi è vittima di Stalking può richiedere misure protettive in termini legali e aiuti terapeutici per i disturbi psichici conseguenti.
In tale quadro assume capitale importanza la reazione della vittima alle molestie: sottoporsi al comportamento invasivo, modificare le proprie abitudini di vita e restare nel silenzio sono atteggiamenti che colludono con il desiderio di “potere” dello stalker. Appaiono più efficaci reazioni decise che spiazzano il persecutore, senza dare spazio a illusioni o alla percezione di una “disponibilità” alla relazione o al dialogo. E’ opportuno che la vittima segnali subito alle forze di polizia la persecuzione e che conservi tutte le informazioni che possiede sullo stalker così come tutte le tracce di molestia che questi lascia (lettere, gli sms, doni, messaggi in segreteria telefonica, etc)
Studi epidemiologici hanno evidenziato che episodi di stalking sono frequenti anche all’interno della vita familiare, e sono alla base di numerose violenze domestiche. In questa cornice si caratterizzano come il tentativo di una persona abusante di sottrarre all’ altro il potere ed il controllo della propria vita attraverso
l’ isolamento sistematico della vittima dalla famiglia d’origine, dagli amici e in genere da tutti i sistemi di relazioni sociali; l’abusante inoltre tende a impedire l’autonomia economica della vittima non permettendo di cercare o di portare avanti un lavoro, e ne compromette l’autostima attraverso atteggiamenti e affermazioni svalutanti. In generale ciò che caratterizza i comportamenti manipolativi è lo squilibrio del potere e del controllo nella relazione, a scapito della vittima
La violenza in generale, e quella domestica in particolare, in qualsiasi forma si manifestino sono un reato contro la persona punito dalla legge.
l’ isolamento sistematico della vittima dalla famiglia d’origine, dagli amici e in genere da tutti i sistemi di relazioni sociali; l’abusante inoltre tende a impedire l’autonomia economica della vittima non permettendo di cercare o di portare avanti un lavoro, e ne compromette l’autostima attraverso atteggiamenti e affermazioni svalutanti. In generale ciò che caratterizza i comportamenti manipolativi è lo squilibrio del potere e del controllo nella relazione, a scapito della vittima
La violenza in generale, e quella domestica in particolare, in qualsiasi forma si manifestino sono un reato contro la persona punito dalla legge.
In tutto ciò non si dimentichi che i comportamenti persecutori non depauperano solo l’esistenza di chi li subisce, ma anche di chi li compie. Esistono iter terapeutici specifici e necessari per intervenire sul comportamento deviante, e per prevenire il rischio che si ripeta l’ossessione nei confronti di un’altra vittima.
Gaudì
Barcellona. Non è servito fare alcun cambio di moneta, non è stato necessario il passaporto, poco più di un’ora di viaggio e questo è il privilegio che ha la mia generazione: grandi spazi percorribili in tempi ridotti, “nessun luogo è lontano” diceva Richard Bach anche se un tempo di attesa così breve per la realizzazione di un’aspettativa lascia un senso di irrealtà quando, dopo appena 90 minuti di volo, allo stesso costo di un pieno di benzina per la mia auto, metto piede nella tangibilità patinata dell’aereoporto di Girona.
L’impressione è nettamente “Europea”, sentirsi a casa senza esserlo, per le strade gli stessi negozi dei nostri alienati centri commerciali, sulla Rambla tutta la multi etnicità a cui questo momento storico di migrazioni di massa ci ha abituato.
Tuttavia, la linearità delle percezioni pseudo familiari si rompe davanti alla sorpresa di edifici mai visti prima, l’impronta inconfondibile, irripetibile, della mano di Gaudì. Se la modernità ci abitua a forme regolari (omologate?) di strutture e di pensiero, se le nostre categorie di percezione sono avvezze e confortate dalla ripetizione di domìni conosciuti, la sorprendente originalità e classicità insieme degli edifici catalani lascia meravigliati come quando da bambini si sfogliava un libro di fiabe e si immaginava di cascare nello specchio insieme all’Alice di Lewis Carroll. Nella Casa Batlló, naturalismo magico e primitivismo alla Mirò rendono unici i segni elementari dell’arte di Gaudì, a volte gioiosi a volte inquietanti ma sempre di immediata fruizione: come dire che arrivano diretti nell’animo, senza bisogno di mediazioni, di parole che spieghino l’intenzionalità dell’artista, svelata a chi guarda già per l’emozione che provoca al primo impatto. Sarà perché si riferisce a temi e forme mutuate da madre Natura, di cui ognuno di noi porta il ricordo ancestrale? Come una categoria innata, un patrimonio condiviso da tutti e dimenticato con la rivoluzione industriale, che sorprende l’osservatore con un sapore di già sperimentato e poi scordato, una sapienza che non si sapeva di sapere…qualcosa di molto vicino al linguaggio dell’inconscio.
Non esiste critico d’arte che possa istruire il visitatore, più di quanto egli già non sappia, sul fatto che l’intenzione della Sagrada Famiglia sia quella di dare l’impressione di entrare in una selva: sotto le colonne le luci e le ombre del sole trasmettono sulla pelle del viaggiatore la stessa sensazione della penombra in un bosco, la stessa quiete silenziosa, trasportata in una sorta di “wonderland” surreale perché non si è circondati da legno o fronde, ma dal marmo, perpetuo simulacro di ciò che nel mondo sensibile è effimero.
E’ stato particolare scoprire, sull’onda di questi pensieri, che l’arcidiocesi barcellonese aveva avviato il processo di beatificazione di Gaudì: un uomo ateo e rivoluzionario divenuto ideatore di un’opera somma (in costante costruzione!) come la Sagrada Famiglia. Che il vero segreto racchiuso nella sua arte fosse proprio la capacità di conciliazione tra gli opposti? Ciò che impressiona lo spettatore è la rappresentazione delle contraddizioni dell’animo umano, accessibile a chi si interroga e non si incatena nei propri pregiudizi forzando il suo spirito in un letto di Procuste, pur di non incontrare l’angoscia della libertà e della solitudine che l’esercizio del pensiero critico impone. L’Artista muore solo, investito da un tram, non riconosciuto nella persona e scambiato per un barbone dal quel popolo che pure ben conosceva le sue opere.
Il segno che lascia Gaudí è un atto d’amore verso il cosmo attraverso la Vita e l’Arte, tese a emularne l’ineffabile slancio nell’immenso, la comunione dell’uno nel molteplice, la perenne tensione tra Eros e Thanatos sottesa ai moti dell’Umano.
“Esistono due rivelazioni:
una di dottrina, propria della morale e della religione,
e l’altra, che rivela tramite fatti concreti;
quest’ultima è il grande libro della Natura.
Un uomo privo di spiritualità è un essere mutilato”
Antoni Gaudì i Cornet
Facebook - Ovvero le derive della reperibilità
All’inizio c’era il telefono. Quello grigio, con il filo che si attorcigliava e la griglia tonda con i numeri dentro. Si telefonava a casa di qualcuno e se non c’era toccava aspettare e tenersi la frustrazione di non sapere dove fosse, trovandosi al massimo qualcosa da fare per ingannare il tempo.
Si restava in attesa. Attese fiduciose, ansiogene, assenze e dimenticanze che toccava sopportare perchè non c’era nulla che garantisse la presenza e colmasse quel vuoto silenzioso. Che fine avesse fatto l’altro, non era dato sapere.
“Buona Domenica/ Passata a casa ad aspettare/ tanto il telefono non squilla più/ e il tuo ragazzo ha preso il volo..”
Il cellulare fu la prima rivoluzione. Reperibilità quasi assicurata. Grandi risentimenti se si trovava il telefono staccato, poiché vi si legge una sorta di volontà persecutoria a chiudere quella porta sempre aperta. Prima espropriazione collettiva della gestione del proprio tempo: come diceva Verdone in un noto film “No, non mi disturba affatto..”. Si inizia a rispondere sempre, in ogni situazione e circostanza, si dissimula, si mente, poi arrivano anche i video telefoni e la cosa diviene ancora più complessa: ma siamo tutti rassicurati dal sapere l’altro dove sta, cosa fa, con chi è, trascurando il dato che altrettanto comunichiamo di noi, e non possiamo più neanche perderci.
Scrive Frèdèric Beigbeder nel bel libro “Nuovi Miti d’Oggi”. “L’essere umano è diventato l’unico animale geograficamente reperibile. Ogni volta che accende il suo telefono cellulare o il suo navigatore satellitare, non può più nascondersi: gli si potrebbero inviare contro dei missili, o la polizia, o sua moglie. Perdendo il gusto per il girovagare, ha abbandonato anche un altro lusso: il segreto”.
Ricordo il mio primo telefono cellulare, grande più o meno come una cornetta telefonica originale, altrettanto pesante. Apparecchio e caricabatterie bastavano a riempire una borsa capiente. Mi fu dato come regalo per l’esame di maturità, fortunatamente al ritorno dal viaggio programmato con gli amici per festeggiare l’uscita dal liceo. Un mese in viaggio in Europa senza essere reperibile più di quanto la mia coscienza non mi suggerisse di fare, senza far preoccupare (troppo) chi era rimasto a casa. Fu l’ultima volta.
Il cellulare è un ottimo palliativo contro la solitudine che attanaglia l’uomo della nostra strana epoca: nel traffico, di nascosto nei bagni degli uffici, la sera quando si torna a casa, resta la garanzia che la persona c’è, che sta bene, e l’alterità soccombe sotto l’abbaglio di premure e preoccupazioni sulla sicurezza (le metropoli sono così selvatiche oggi come oggi..). Il cellulare diventa il diario delle storie d’amore (che pena cancellare i messaggi dell’amato dopo la rottura definitiva!), la lavagna su cui restano impressi tradimenti lasciati a bella posta a disposizione di chi vuole sapere più di quanto già non sappia (quante crisi di coppia per sms inopportuni scovati su apparecchi rimasti incustoditi tra le pareti domestiche?). Talvolta i cellulari sopravvivono alla morte: posso reagire alla scomparsa di chi non c’è più rifiutandomi di cancellare il suo numero di telefono e chissà, di tanto in tanto, inviare un sms nell’illusione che superi la concretezza della vita sensibile, raggiungendo l’anima della persona cui è rivolto: una scheda sim come protesi emozionale che lenisca l’angoscia per la dissolvenza, dell’altro, dei miei affetti, di me.
Tuttavia il cellulare conservava ancora una possibilità di oblio: i numeri di telefono si cancellano, le schede si cambiano, gli apparecchi vengono smarriti e con essi i recapiti dei nostri conoscenti. Era possibile un atto che mancasse il desiderio, che cadesse nel vuoto, che creasse nostalgia, ricordo, fantasia, sogno.
Con facebook tutto ciò non è più possibile. I dati personali, le foto, i commenti, ogni cosa è affidata al grande calderone della rete, che tutto sa e nulla dimentica. E così i primi tempi si scatena un grande entusiasmo di persone che ritrovano persone, si riesumano persone smarrite, i cui recapiti forse avevamo stracciato (con qualche buona ragione?). I contatti si moltiplicano con entusiasmo: da zero a venti in pochi giorni, poi cinquanta, cento e oltre in qualche settimana. Mi inizia a venire qualche dubbio: come mai le persone si contattano dopo decenni, sorprese che che l’altro sia lì, presente (pur virtualmente), e poi..restano un link e una piccola foto, poco più di qualche telegrafico aggiornamento? Chi è sposato, chi trasferito, e poi? Che questo faceboook spinga il mistero dell’incontro umano appena un po’ più in là? Che delusione, in pochi si recuperano dagli abissi dell’oblio. L’impresa dei mille di Gianluca Nicoletti è un ricordo lontano. Ritrovare un affetto che si è perso è cosa ben rara, e ciò che è raro è prezioso ma..cosa ne è del pregio se la reperibilità è alla portata di un click? Se il mondo di ricordi che porto dentro indelebilmente su qualcuno mi si sgretola nella consapevolezza che, ora che l’ho incontrato, non so più che farmene? La potenza del desiderio si svuota e si svilisce quando incontra il cinismo della realtà..quasi sempre. Siamo, parafrasando Bertolucci, ben oltre le derive della “reperibilità”: E così facebook scopro che è un altro modo per contattare le persone che sono il mio mondo di affetti, dei quali pure si conservano numeri di telefono ed e mail, che si incontrano nelle serate tra amici o nelle giornate di vacanza…quelli che c’erano prima del telefono cellulare. Con le debite, interessanti eccezioni.
Ricordo che discutevo con un amico, nel pieno boom di facebook, in merito alla possibilità di iscriversi, riflettendo sulla seduttività delle meraviglie nostalgiche che questo strumento andava suscitando. “Si potrebbe ritrovare gente che nemmeno immagini, che non vedi da decenni!” e lui “ma se non le vedo da decenni, magari è perché non ho niente da dirgli!”. Come dargli torto?
Si restava in attesa. Attese fiduciose, ansiogene, assenze e dimenticanze che toccava sopportare perchè non c’era nulla che garantisse la presenza e colmasse quel vuoto silenzioso. Che fine avesse fatto l’altro, non era dato sapere.
“Buona Domenica/ Passata a casa ad aspettare/ tanto il telefono non squilla più/ e il tuo ragazzo ha preso il volo..”
Il cellulare fu la prima rivoluzione. Reperibilità quasi assicurata. Grandi risentimenti se si trovava il telefono staccato, poiché vi si legge una sorta di volontà persecutoria a chiudere quella porta sempre aperta. Prima espropriazione collettiva della gestione del proprio tempo: come diceva Verdone in un noto film “No, non mi disturba affatto..”. Si inizia a rispondere sempre, in ogni situazione e circostanza, si dissimula, si mente, poi arrivano anche i video telefoni e la cosa diviene ancora più complessa: ma siamo tutti rassicurati dal sapere l’altro dove sta, cosa fa, con chi è, trascurando il dato che altrettanto comunichiamo di noi, e non possiamo più neanche perderci.
Scrive Frèdèric Beigbeder nel bel libro “Nuovi Miti d’Oggi”. “L’essere umano è diventato l’unico animale geograficamente reperibile. Ogni volta che accende il suo telefono cellulare o il suo navigatore satellitare, non può più nascondersi: gli si potrebbero inviare contro dei missili, o la polizia, o sua moglie. Perdendo il gusto per il girovagare, ha abbandonato anche un altro lusso: il segreto”.
Ricordo il mio primo telefono cellulare, grande più o meno come una cornetta telefonica originale, altrettanto pesante. Apparecchio e caricabatterie bastavano a riempire una borsa capiente. Mi fu dato come regalo per l’esame di maturità, fortunatamente al ritorno dal viaggio programmato con gli amici per festeggiare l’uscita dal liceo. Un mese in viaggio in Europa senza essere reperibile più di quanto la mia coscienza non mi suggerisse di fare, senza far preoccupare (troppo) chi era rimasto a casa. Fu l’ultima volta.
Il cellulare è un ottimo palliativo contro la solitudine che attanaglia l’uomo della nostra strana epoca: nel traffico, di nascosto nei bagni degli uffici, la sera quando si torna a casa, resta la garanzia che la persona c’è, che sta bene, e l’alterità soccombe sotto l’abbaglio di premure e preoccupazioni sulla sicurezza (le metropoli sono così selvatiche oggi come oggi..). Il cellulare diventa il diario delle storie d’amore (che pena cancellare i messaggi dell’amato dopo la rottura definitiva!), la lavagna su cui restano impressi tradimenti lasciati a bella posta a disposizione di chi vuole sapere più di quanto già non sappia (quante crisi di coppia per sms inopportuni scovati su apparecchi rimasti incustoditi tra le pareti domestiche?). Talvolta i cellulari sopravvivono alla morte: posso reagire alla scomparsa di chi non c’è più rifiutandomi di cancellare il suo numero di telefono e chissà, di tanto in tanto, inviare un sms nell’illusione che superi la concretezza della vita sensibile, raggiungendo l’anima della persona cui è rivolto: una scheda sim come protesi emozionale che lenisca l’angoscia per la dissolvenza, dell’altro, dei miei affetti, di me.
Tuttavia il cellulare conservava ancora una possibilità di oblio: i numeri di telefono si cancellano, le schede si cambiano, gli apparecchi vengono smarriti e con essi i recapiti dei nostri conoscenti. Era possibile un atto che mancasse il desiderio, che cadesse nel vuoto, che creasse nostalgia, ricordo, fantasia, sogno.
Con facebook tutto ciò non è più possibile. I dati personali, le foto, i commenti, ogni cosa è affidata al grande calderone della rete, che tutto sa e nulla dimentica. E così i primi tempi si scatena un grande entusiasmo di persone che ritrovano persone, si riesumano persone smarrite, i cui recapiti forse avevamo stracciato (con qualche buona ragione?). I contatti si moltiplicano con entusiasmo: da zero a venti in pochi giorni, poi cinquanta, cento e oltre in qualche settimana. Mi inizia a venire qualche dubbio: come mai le persone si contattano dopo decenni, sorprese che che l’altro sia lì, presente (pur virtualmente), e poi..restano un link e una piccola foto, poco più di qualche telegrafico aggiornamento? Chi è sposato, chi trasferito, e poi? Che questo faceboook spinga il mistero dell’incontro umano appena un po’ più in là? Che delusione, in pochi si recuperano dagli abissi dell’oblio. L’impresa dei mille di Gianluca Nicoletti è un ricordo lontano. Ritrovare un affetto che si è perso è cosa ben rara, e ciò che è raro è prezioso ma..cosa ne è del pregio se la reperibilità è alla portata di un click? Se il mondo di ricordi che porto dentro indelebilmente su qualcuno mi si sgretola nella consapevolezza che, ora che l’ho incontrato, non so più che farmene? La potenza del desiderio si svuota e si svilisce quando incontra il cinismo della realtà..quasi sempre. Siamo, parafrasando Bertolucci, ben oltre le derive della “reperibilità”: E così facebook scopro che è un altro modo per contattare le persone che sono il mio mondo di affetti, dei quali pure si conservano numeri di telefono ed e mail, che si incontrano nelle serate tra amici o nelle giornate di vacanza…quelli che c’erano prima del telefono cellulare. Con le debite, interessanti eccezioni.
Ricordo che discutevo con un amico, nel pieno boom di facebook, in merito alla possibilità di iscriversi, riflettendo sulla seduttività delle meraviglie nostalgiche che questo strumento andava suscitando. “Si potrebbe ritrovare gente che nemmeno immagini, che non vedi da decenni!” e lui “ma se non le vedo da decenni, magari è perché non ho niente da dirgli!”. Come dargli torto?












